
C’è una verità che le crisi energetiche degli ultimi anni hanno reso impossibile ignorare: in un’economia moderna, una perturbazione nell’approvvigionamento di energia non rimane confinata alle bollette o al prezzo alla pompa. Diventa, nel giro di settimane, il prezzo del latte, dei biscotti, della pasta, di qualsiasi bene di consumo primario. Ogni merce che si sposta su un camion, ogni frutto che arriva da una regione all’altra, ogni prodotto che esce da una fabbrica porta con sé il costo dell’energia che lo ha mosso, trasformato, raffreddato, confezionato. Il carburante non è dunque una variabile separata dall’economia reale: è il sangue del sistema. Quando il suo prezzo sale, tutto sale. Quando è incerto, tutto diventa incerto.
Partire da questa premessa è necessario per capire perché la questione energetica non sia una questione tecnica o ambientale di competenza degli specialisti, ma una questione che riguarda la qualità della vita di ogni cittadino e la competitività di ogni impresa. E per capire perché trent’anni di scelte industriali, regolatori e finanziarie orientate da una visione incompleta, quella per cui la transizione energetica si riducesse alla sola elettrificazione dei consumi sorretta da rinnovabili e da un eventuale ritorno al nucleare, ci abbiano consegnato una vulnerabilità strutturale che oggi paghiamo cara.
L’Italia consuma circa 40 milioni di tonnellate all’anno di prodotti raffinati. È un dato che da solo smaschera l’irrealtà di certa narrativa verde: se anche si volesse sostituire quel consumo con elettricità, e non si può perché interi settori della mobilità e dell’industria non sono elettrificabili nei tempi e nei modi immaginati, si richiederebbe una capacità di generazione rinnovabile pari a dieci volte quella oggi installata in tutto il territorio nazionale. Non è un ostacolo superabile con la buona volontà politica o con qualche incentivo fiscale: è un vincolo fisico ed economico che impone un cambio di approccio radicale.
I combustibili fossili sono e rimarranno, per un orizzonte ragionevolmente prevedibile, la spina dorsale della mobilità in un paese come il nostro. La mobilità su gomma, con camion, furgoni, autobus e automobili, non ha oggi alternative scalabili che non comportino costi sociali ed economici insostenibili.
Ma l’Italia è anche un paese di mare, con migliaia di chilometri di coste e isole la cui connessione con il continente dipende in modo essenziale dal trasporto marittimo: non solo per il turismo o per le merci commerciali, ma per la continuità territoriale di Sicilia, Sardegna e delle isole minori, dove il carburante navale non è un optional ma una necessità di coesione nazionale. Tagliare o destabilizzare queste catene di approvvigionamento non significa soltanto disagio economico: significa isolare comunità intere.
La risposta a questa realtà non è la rassegnazione ai fossili per sempre, ma l’adozione di una strategia pragmatica di blending progressivo: sostituire quote crescenti di carburante tradizionale con biocarburanti di seconda e terza generazione come l’hvo, olio vegetale idrotrattato, o il saf per l’aviazione e i combustibili navali avanzati.
Questo percorso permette di ridurre le emissioni senza smantellare le infrastrutture esistenti, senza penalizzare la mobilità delle persone, senza colpire la logistica su cui regge il sistema manifatturiero italiano. È una via tecnicamente percorribile oggi, scalabile domani, compatibile con la realtà del Paese.
In Europa
Le politiche europee degli ultimi anni hanno invece imboccato una direzione diversa. Le norme sulle emissioni dei veicoli, le scadenze imposte all’industria automobilistica, e soprattutto il sistema Ets, ovvero l’Emission Trading System che tassa le emissioni di CO₂ delle industrie europee, hanno progressivamente ristretto le fonti di approvvigionamento tradizionali e introdotto un regime di costi che grava in modo asimmetrico sulle imprese europee rispetto ai concorrenti asiatici e americani. Il risultato paradossale è stato che le emissioni non sono diminuite nel mondo, ma si sono semplicemente spostate fuori dai confini dell’Unione, insieme a pezzi consistenti di capacità produttiva.
Molto si discute in questi mesi di accise sui carburanti e di audit sui ricarichi praticati lungo la filiera distributiva. Sono discussioni utili per il grande pubblico, perché toccano qualcosa di visibile e quotidiano, ma di impatto reale assai limitato sulle cause strutturali del problema.
Agire sulle accise o sorvegliare i margini dei distributori è come intervenire sui sintomi ignorando la malattia. Ciò che servirebbe davvero è una riconcezione profonda del sistema Ets: un meccanismo di tassazione delle emissioni ridisegnato in modo da non penalizzare chi produce e trasforma in Europa rispetto a chi produce altrove senza vincoli ambientali, che tenga conto della realtà industriale dei singoli paesi e che accompagni la transizione invece di accelerarne le contraddizioni.
Energia e politica
La situazione geopolitica ha fatto il resto, trasformando una fragilità già seria in una tempesta perfetta. Il gas russo, che alimentava oltre un terzo dei consumi europei, è diventato inaccessibile a seguito della guerra in Ucraina e delle sanzioni che ne sono seguite.
Ma non bastasse, anche le risorse energetiche del Golfo Persico, gas e petrolio di Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita, quelle che qualcuno chiama “Dittature Illuminate” per sottolineare il paradosso di regimi illiberali diventati partner energetici indispensabili, si sono rivelate ugualmente condizionate, per ragioni diverse: alleanze strategiche fluide, prezzi imposti, logiche di potere regionale che prescindono dagli interessi europei. Il messaggio è stato brutalmente chiaro: chi non controlla la propria energia non controlla la propria politica.
L’Europa e l’Italia si sono trovate di fronte all’evidenza che un sistema economico privo di autonomia energetica è un sistema privo di vera sovranità. Non è una questione ideologica: è una constatazione concreta. Chi dipende dall’estero per i propri vettori energetici deve negoziare ogni scelta politica, economica e industriale all’ombra di quella dipendenza.
Lo abbiamo visto nella difficoltà di rispondere con decisione alla crisi ucraina, lo vediamo ogni volta che le tensioni nei corridoi del gas o del petrolio si traducono immediatamente in turbolenze sui mercati finanziari e sulle materie prime. La sovranità energetica non è un lusso geopolitico: è la precondizione di qualsiasi altra forma di indipendenza.
Eppure, proprio mentre questa dipendenza diventava sempre più evidente, l’Italia continuava a smantellare o lasciare deperire per inerzia le proprie capacità industriali di trasformazione energetica. Per decenni ha prevalso la convinzione che la raffinazione, la petrolchimica e la chimica di base fossero industrie “sporcanti” da cedere al Terzo Mondo, mentre l’Occidente si specializzava nell’economia della conoscenza e dei servizi.
È una visione che conteneva un nucleo di verità ma che, portata agli estremi, ha prodotto una dipendenza funzionale gravissima. Quelle industrie non erano soltanto ciminiere e scarichi industriali: erano la capacità di trasformare le materie prime in prodotti ad alto valore aggiunto, di garantire forniture indipendenti, di mantenere sul territorio il know-how necessario per operare in modo autonomo. Rinunciarvi ha significato diventare clienti, invece che produttori.
Sicurezza degli approvvigionamenti
L’Italia dispone ancora oggi di un sistema di raffinazione di notevole valore strategico, ma in parte mal valorizzato e non adeguatamente protetto come asset di sovranità nazionale. Isab, la grande raffineria di Priolo Gargallo in Sicilia, e Saras, in Sardegna, sono da sole in grado di coprire circa il 60% dei consumi nazionali di prodotti raffinati: due complessi industriali rari per dimensione e posizione nel Mediterraneo, costruiti in decenni di investimenti, che oggi si trovano in mani non italiane o in equilibri proprietari precari.
A questi si affianca il sistema Eni, che rappresenta un esempio virtuoso di combinazione tra raffinazione tradizionale e produzione di biocarburanti, con impianti come le bioraffinerie di Venezia e di Gela convertite alla lavorazione di oli vegetali e scarti, ma che nel suo complesso non è sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale e richiede anch’esso continuità di visione e investimento.
Questi impianti vanno protetti, non per un riflesso nazionalistico, ma perché in un contesto geopolitico imprevedibile la capacità di raffinare petrolio sul proprio territorio è una garanzia di sicurezza degli approvvigionamenti che nessun accordo commerciale internazionale può sostituire. Un paese che non raffina non controlla i propri carburanti, e quindi non controlla, come abbiamo visto, il prezzo del latte. Cedere questi asset a operatori esteri o lasciarli languire per mancanza di investimenti equivale a rinunciare volontariamente a un pezzo essenziale della propria autonomia economica.
A completare il quadro, e ad aggravarlo ulteriormente, si è aggiunto negli anni un orientamento della finanza sempre più ostile ai settori legati ai combustibili fossili. I criteri esg hanno spinto fondi, banche e investitori istituzionali a disinvestire da raffinerie, impianti petrolchimici e infrastrutture di trasporto energetico, riducendo drasticamente la loro capacità di ammodernarsi e di riconvertirsi verso produzioni più pulite. Il paradosso è evidente: la finanza che voleva accelerare la transizione ha invece rallentato proprio gli investimenti che avrebbero permesso di renderla realistica e graduale.
Oggi si aprono segnali di un ritorno a un approccio più pragmatico. La finanza comincia a riconoscere che non tutti gli investimenti nell’energia tradizionale sono equivalenti, che un impianto di raffinazione che produce biocarburanti o che si sta riconvertendo è qualcosa di diverso da un pozzo petrolifero aperto in una foresta tropicale, e che trattarli allo stesso modo non serve né all’ambiente né all’economia. Quando questo cambio di passo si consoliderà, imprenditori italiani con competenze genuine nel settore energetico e nella trasformazione chimica avranno l’opportunità di investire, riportare sotto controllo nazionale asset strategici e costruire un sistema energetico che sia insieme più pulito e più sovrano. Non come atto di nostalgia industriale, ma come progetto di futuro. A beneficio del Paese.